martedì 27 febbraio 2018

Privacy, il diritto alla riservatezza in ambito sanitario

Privacy è un termine inglese che viene tradotto in italiano come riservatezza. Con questo termine si intende il diritto di ogni persona di fare in modo che i propri dati personali vengano dati e gestiti solo a chi ne ha ottenuto l’autorizzazione e che altri possano accedere a quei dati solo in caso di necessità.

Privacy, cos’è e come garantirla

privacy
Il concetto di privacy assume connotazioni diverse, specie se si tratta di ambito giornalistico e mediatico. In sanità, la privacy comprende la protezione dei dati personali della persona riguardanti il suo stato di salute e la modalità di trattamento. Ogni cittadino che accede ad una struttura sanitaria per visite, esami o ricoveri necessita infatti che gli venga garantita l’assoluta riservatezza, nel rispetto dei suoi diritti fondamentali e della sua dignità.
Le leggi sulla privacy sono contenute nel codice sulla privacy approvato dal decreto legislativo 196/2003, che al suo interno contiene tutte le disposizioni in materia di trattamento dei dati personali, già in vigore nelle leggi precedenti. Il codice garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e della libertà fondamentali, nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all’identità personale e al diritto alla protezione dei dati. Inoltre, obbliga al rispetto del principio di necessità nel trattamento dei dati, riducendo così l’utilizzo a finalità specifiche e ben stabilite.
Il codice della privacy distingue i dati in:
  • dati personali: qualunque informazione relativa a una persona fisica
  • dati sensibili: i dati personali che rivelano l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale.
In ambito sanitario, per dati personali si intendono quelli che fanno riferimento allo stato di salute e alla vita sessuale, ovvero tutte le informazioni sulle condizioni psico – fisiche della persona. Comprendono anche i dati genetici, che riguardano i caratteri ereditari di un individuo e le fotografie scattate durante un intervento chirurgico.
In sanità, la privacy entra in gioco in diverse situazioni. Oltre al trattamento dei dati personali, infatti, è importante che vengano garantiti:
  • la riservatezza durante i colloqui
  • la distanza di cortesia
  • che le notizie al pronto soccorso o nei reparti (sulla presenza o meno di una persona) vengano date solamente a persone legittimate (es. famigliari e conoscenti) previo accordo con l’interessato
  • il rispetto durante le chiamate in sala d’attesa: di norma non si dovrebbero chiamare le persone per nome, ma attraverso un numero ad esempio.
Queste sono situazioni in cui vi è un alto rischio di violare la privacy e l’operatore sanitario può essere per questo punito.

Soggetti coinvolti

Il codice della privacy identifica una serie di soggetti che hanno compiti e responsabilità definiti per legge e che intervengono nel processo di tutela dei dati personali:
  • titolare: la persona fisica, giuridica, la pubblica amministrazione e qualsiasi altro ente, associazione od organismo cui competono le decisioni sulla modalità del trattamento di dati personali;
  • responsabile: la persona fisica, giuridica, la pubblica amministrazione e qualsiasi altro ente, associazione od organismo preposti dal titolare al trattamento di dati personali;
  • incaricato: le persone fisiche autorizzate dal titolare o dal responsabile a compiere operazioni di trattamento dei dati;
  • interessato: la persona fisica cui si riferiscono i dati personali;
  • Garante: è l’autorità che tutela i cittadini in relazione all'uso da parte di soggetti pubblici e privati dei dati che li riguardano. Ha il compito di proteggere i dati personali e di svolgere controlli sulla correttezza dell’uso dei dati.

Trattamento dei dati

Per trattamento dei dati si intende qualsiasi operazione svolta con un elaboratore elettronico o meno, che riguarda operazioni di raccolta dati, registrazione, conservazione, elaborazione, diffusione, selezione.
I dati personali sono tutti quelli anagrafici ed economici, le immagini, i suoni e i codici identificativi riconducibili ad una persona. L’articolo 13 del codice della privacy stabilisce che, prima di procedere alla raccolta dati è necessario informare l’interessato dell’utilizzo dei suoi dati con finalità sanitarie. La raccolta dati è caratterizzata dalle seguenti fasi:
  1. Raccolta: deve avvenire nel modo più corretto possibile, verificando correttezza e completezza
  2. Registrazione (su cartelle cliniche, data base ecc …)
  3. Conservazione: i dati devono essere conservati in luoghi con accesso controllato
  4. Utilizzo: essi devono essere utilizzati solamente da chi è indicato al trattamento
  5. Comunicazione: i dati possono essere comunicati solamente a soggetti determinati e solo previsto da una legge che lo autorizzi, nel rispetto del trattamento dei dati personali
  6. Diffusione
L’interessato è la figura al centro delle misure di tutela previste dal codice della privacy; egli ha il diritto di ottenere informazioni come:
  • la conferma dell’esistenza o meno di dati personali che lo riguardano (anche se non ancora registrati) e la loro comunicazione;
  • l’indicazione dell’origine dei dati personali, delle finalità e modalità del trattamento, della logica applicata in caso di trattamento effettuato con l’ausilio di strumenti elettronici, degli estremi identificativi del titolare e dei responsabili, dei soggetti o delle categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di responsabili o incaricati;
  • l’aggiornamento, la rettifica ed eventualmente l’integrazione dei dati;
  • la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati trattati in violazione di legge, compresi quelli di cui non è necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti o successivamente trattati;
  • l’attestazione delle eventuali operazioni di aggiornamento, cancellazione e trasformazione in forma anonima.
La carta dei diritti fondamentali dell’Ue sancisce, all’art. 8, la protezione dei dati di carattere personale e nello specifico:
  • Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano.
  • Tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge.
  • Ogni individuo ha il diritto di accedere ai dati raccolti che lo riguardano e di ottenerne la rettifica.
  • Il rispetto di tali regole è soggetto al controllo di un’autorità indipendente.
Per quanto riguarda la comunicazione di dati sanitari (es. referti) a soggetti terzi, quali il medico curante o un familiare dell’interessato indicati da quest’ultimo, l’organismo sanitario deve specificare l’eventualità di tale comunicazione nell’informativa e deve acquisire uno specifico consenso dell’interessato al riguardo.
In ambito sanitario, il codice della privacy si rivolge a:
  • coloro che esercitano una professione sanitaria
  • gli organismi sanitari
Nella prima categoria sono compresi il medico – chirurgo e coloro che esercitano un’attività medica in cui è richiesto un titolo di studio. Sono esclusi: infermieri, ostetriche, fisioterapisti ecc … e tutti coloro che esercitano medicina alternativa per cui non è necessario un titolo di studio abilitante.
Nella seconda categoria sono comprese le Asl, gli enti di ricerca, i servizi di prevenzione e sicurezza sul lavoro.
I dati devono essere:
  • trattati in modo lecito e corretto
  • raccolti e registrati per scopi determinati, espliciti e legittimi
  • esatti e aggiornati
  • pertinenti, completi e non eccedenti rispetto agli scopi per i quali sono stati raccolti e usati
  • conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato, per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per cui sono stati raccolti.
Coloro che esercitano una professione sanitaria trattano i dati personali con il consenso dell’interessato. A esprimere il consenso può essere:
  • l’interessato stesso
  • il legale rappresentante o prossimo congiunto o un familiare nel caso in cui la persona si trovi in stato di impossibilità fisica o incapacità di intendere e di volere.
Il consenso deve essere ottenuto prima del trattamento dei dati, tranne nel caso in cui:
  • vi sia impossibilità fisica, incapacità di agire o di intendere e di volere
  • se sussiste un grave rischio per la salute
  • se vi è un’urgenza medica
In questi casi, il consenso può essere ottenuto in un secondo momento.

Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali

Il 24 maggio 2016 è entrato in vigore il nuovo regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali. Il documento riprende e in parte ridefinisce alcuni elementi già presenti del codice della privacy.

Consenso

Per tutti i dati sensibili, il consenso deve essere esplicito. Non deve essere necessariamente documentato per iscritto, anche se questa forma ne sancisce l’inequivocabilità. Il titolare, nel caso di consenso orale, deve essere in grado di dimostrare che l’interessato abbia prestato il consenso ad uno specifico trattamento. Il consenso dei minori è valido a partire dai 16 anni, mentre prima è necessario il consenso dei genitori o di chi ne fa le veci.
Il consenso è:
  • libero
  • specifico
  • informato
  • inequivocabile
Non è ammesso un consenso tacito o presunto. Deve essere manifesto.
L’informativa sul trattamento dei dati deve essere:
  • concisa
  • trasparente
  • intelligibile e facilmente accessibile
  • con un linguaggio chiaro e semplice
L’informativa deve essere data in linea di principio, per iscritto e preferibilmente in formato elettronico.

Diritto di accesso

Ognuno deve avere diritto di accesso ai propri dati e quindi si ha diritto a ricevere una copia dei dati personali oggetto di trattamento. Non è obbligatorio che vengano inserite le modalità di trattamento, ma è fondamentale che sia indicato il periodo di conservazione previsto.

Diritto di cancellazione (diritto all’oblio)

È il diritto di poter richiedere la cancellazione dei propri dati personali.

Sanzioni previste per la violazione della privacy

La violazione della privacy, attraverso un trattamento illecito dei dati personali, è punita dal codice penale. È punita anche l’omessa adozione di misure di sicurezza, nonché l'omessa osservanza dei provvedimenti del garante e la falsità nelle dichiarazioni al Garante.
Il codice civile prevede invece sanzioni qualora si abbiano danni materiali e morali conseguenti ad uno scorretto utilizzo di dati personali, nei casi di omessa o incompleta notifica del trattamento al Garante, di inosservanza delle richieste del Garante o per l'omessa informativa ai soggetti interessati.

L’infermiere e il rispetto della privacy

L’infermiere, così come tutti gli operatori sanitari, se a conoscenza di notizie riservate riguardanti una persona, ha l’obbligo di non rivelarle, poiché va incontro non solo ad una violazione di norme giuridiche, ma anche ad una rottura del rapporto di fiducia infermiere – paziente.
Dando uno sguardo alla legislazione, troviamo l’art. 622 del codice penale che cita: Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione od arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa ovvero lo impegna a proprio od altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino ad un anno o con la multa da euro 30 a euro 516. Il delitto è punibile a querela della persona offesa.
Citiamo poi la norma sulla privacy, legge 675/96 che definisce i dati sensibili come i dati personali idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, le adesioni ai partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico e sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale possono essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell’interessato e previa autorizzazione del Garante.
Il codice deontologico dell’infermiere, infine, all’art. 26 cita: L'infermiere assicura e tutela la riservatezza nel trattamento dei dati relativi all’assistito. Nella raccolta, nella gestione e nel passaggio di dati, si limita a ciò che è attinente all’assistenza. Mentre all’art. 28: L'infermiere rispetta il segreto professionale non solo per obbligo giuridico, ma per intima convinzione e come espressione concreta del rapporto di fiducia con l'assistito.

Oliguria

L’oliguria, sintomo che precede spesso l’anuria, è definita come escrezione urinaria <500 ml/24ore dovuta solitamente a improvviso declino della funzione renale associata ad aumento dei livelli sierici di urea e creatinina, del potassio, oppure dall’incapacità delle vie urinarie di eliminare l’urina.

Oliguria: Cause, sintomi e trattamento di una disfunzione urinaria

L’oliguria si presenta caratteristicamente nell’Insufficienza Renale Acuta, sindrome clinica che può verificarsi a seguito di diverse alterazioni patologiche comunemente classificate in cause pre-renali, renali e post-renali.

Cause pre-renali

  • Ridotta perfusione renale che può verificarsi, ad esempio, in caso di ipotensione, vomito e diarrea, disidratazione, ipovolemia, sanguinamento, secchezza delle mucose e della cute, tachicardia, confusione mentale
  • Ridotta portata cardiaca in caso di scompenso cardiaco, infarto, embolia polmonare
  • Sepsi
  • Farmaci
In genere reversibile correggendo prontamente la causa.

Cause renali

Interessano il parenchima renale:
  • Necrosi tubulare acuta (intossicazione da farmaci, mezzo di contrasto, scorretta gestione delle cause pre-renali, ischemia renale)
  • nefriti interstiziali acute (infezioni, malattie sistemiche)
  • glomerulo-nefriti acute
  • glomerulo nefrite (rapidamente progressiva nella vasculite)

Cause post-renali

  • ostruzione delle vie urinarie che ostacolano la minzione (calcoli, ipertrofia prostatica nell’uomo, neoplasie, neuropatie).
La classificazione RIFLE è importante in quanto maggiore è la durata dell’oliguria, maggiore è la gravità del quadro clinico e il rischio di mortalità.
Per questo motivo è fondamentale riconoscere precocemente l’oliguria monitorando la diuresi oraria.
È dunque fondamentale, se non presente, posizionare il catetere vescicale precocemente e valutare la pervietà del presidio nei pazienti che ne sono già provvisti.
Una volta esclusa una possibile causa ostruttiva, è necessario applicare un protocollo diagnostico che parte da un’accurata anamnesi volta a riconoscere le possibili cause di oliguria.
Inoltre sono necessari indagini di laboratorio che indaghino principalmente la funzionalità renale: urea, creatinina, creatinina clearance, emocromo, elettroliti, glicemia, coagulazione, fibrinogeno, esame chimico-fisico delle urine e citologico, eventuale urinocoltura, emogasanalisi per valutare acidosi e disturbi elettrolitici, indici di flogosi.
Altre indagini possono comprendere: Rx del torace per valutare la presenza di impegno polmonare e diretta dell’addome che può evidenziare la presenza di calcoli urinari, TC addome per studiare i reni e ecocolor-doppler per valutare i vasi renali, elettrocardiogramma.

sabato 24 febbraio 2018

La Professione Infermieristica



Per parlare di Professione Infermieristica moderna occorre fare necessariamente un passo indietro nel tempo e ricostruire le tappe fondamentali che hanno fatto la storia degli infermieri. Dalla madre-soccorritrice alle intuizioni di Florence Nightingale: il passo non è stato breve e la categoria chiede ancora oggi un riconoscimento sociale, culturale, economico ed occupazionale che stenta ad arrivare.

Evoluzione del processo di professionalizzazione dell’infermiere

Scuola infermieri Milano
L’Infermieristica è un corpus complesso e sistematico di conoscenze e strumenti teorico-metodologici volti all’esercizio delle funzioni di tutela e promozione della salute, individuale e collettiva.
Per giungere a questo livello si sono dovute attuare una serie di disposizioni normative (D.M. 739/94, Legge n.42/99, Legge 251/2000, Legge 43/2006, Codice Deontologico), che hanno sancito il definitivo superamento del concetto di ausiliarietà e mera esecutività dell’assistenza infermieristica in relazione alla professione medica.
L’evoluzione nell’ambito dell’esercizio della professione è andata di pari passo con un parallelo processo di riforma del sistema formativo dell’infermiere (D.M. 509/99), che ora si articola in diversi livelli di studio universitario; gli infermieri sono sempre più preparati e competenti e contribuiscono ad un miglioramento effettivo nel campo della pratica clinica, della cura e dell’assistenza alla persona.

Cenni storici

Florence NightingaleIl concetto di ad-sistere (stare accanto) storicamente è legato alla figura della donna, madre-compagna-soccorritrice. Proprio ad una donna è attribuita l’istituzione di quello che può essere considerato il primo ospedale della storia: nel 390 d.C. circa, Fabiola, nobildonna romana, istituì il Valetudinaria (da “valetudo”, “buona salute”), l’ospedale romano in cui operavano medici affiancati da servi che, presumibilmente, svolgevano funzioni infermieristiche.
Con l’arrivo del Medioevo, la cura e l’assistenza vengono assicurate soprattutto dal clero all’interno di conventi, monasteri e lungo le vie di pellegrinaggio (proprio in questi ambiti nasce il termine infermiere: l’infirmus era il monaco che si occupava dell’accoglienza e dell’assistenza di malati e bisognosi). L’istituzione ospedaliera ebbe origine nel contesto religioso e socio-culturale del mondo cristiano.
Mentre i primi ospedali erano strutture adibite al ricovero di chiunque si trovasse nel bisogno, verso la metà del ‘400 ci fu un cambiamento radicale dell’assetto istituzionale e organizzativo degli ospedali: il prendersi cura non veniva più considerato solo in termini di carità cristiana, ma anche in termini di pratica produttiva di salute corporale. Si iniziò a distinguere i malati in base alle loro condizioni e alle loro necessità assistenziali; gli infermieri, religiosi e laici, dovevano conoscere non più solo le sacre scritture, ma anche i rudimenti delle varie malattie e i medicinali con i quali trattarle.
Sarà proprio la rivoluzione iniziata dall’Umanesimo che porterà all’avvicinamento dei concetti di salute e malattia secondo un approccio scientifico.
A partire dal Seicento, con il fiorire di nuove scoperte medico-scientifiche, si assiste alla nascita di nuove teorie e concezioni riguardanti la salute: i “medici clinici” avanzano le prime classificazioni delle malattie sulla base dell’osservazione di segni e sintomi condotta al letto del malato.
La malattia diventa un fenomeno che deve essere studiato come qualsiasi altro fenomeno naturale ed è a partire da questa epoca che il medico si avvale del proprio bagaglio percettivo, del proprio intuito, dell’esperienza accumulata anche grazie all’impiego dei primi strumenti diagnostici.
Il progresso scientifico che accompagna l’avvento dell’Illuminismo settecentesco vede uno strapotere dei medici, sotto lo stretto controllo dei quali gli infermieri erano chiamati a compiti puramente alberghieri e di sorveglianza notturna.
La vera svolta per la figura infermieristica è legata all’intervento di Florence Nightingale (1820-1910), nobildonna inglese dalla forte vocazione religiosa, la prima alla quale sia possibile attribuire propriamente il titolo di “infermiera”.
Durante la guerra di Crimea del 1853 la Nightingale, insieme ad altre 39 infermiere da lei selezionate, prese in mano la situazione dell’ospedale militare inglese di Scutari, nonostante l’iniziale diffidenza da parte dei medici.
Applicando un nuovo metodo organizzativo che garantisse, in primis, l’igiene dell’ambiente terapeutico riuscì a far diminuire in maniera formidabile il tasso di mortalità e fu tra i primi a comprendere l’importanza dell’epidemiologia e statistica medica per interpretare le informazioni sull’evoluzione di una malattia e sull’efficacia delle prestazioni fornite.
Tornata in patria come un’eroina, la Nightingale offrì il suo principale contributo alla professionalizzazione dell’assistenza infermieristica nell’ambito della formazione: con l’obiettivo di innalzare lo status sociale delle infermiere, intuì fondamentale la capacità di dirigere e insegnare ad altre. Selezionò, dunque, le prime 15 infermiere uscite dalla scuola collegata all’ospedale S. Thomas, donne dal ceto nobile e dal comportamento ineccepibile, che mandò all’estero a diffondere il “modello Nightingale”.
Dispose che le allieve risiedessero obbligatoriamente presso un convitto all’interno del quale venivano “plasmate”, nella tecnica e nel carattere, dalla disciplina inflessibile della direttrice. Nell’organizzazione prevista dalle Scuole Nightingale era esclusa qualsiasi interferenza fra l’opera dei medici e quella delle infermiere, poiché le rispettive attribuzioni erano ben distinte; il sistema formativo della Nightingale aveva come obiettivo la padronanza, da parte dell’infermiera diplomata, di una perfetta competenza tecnica e dell’irreprensibilità di carattere e condotta.

La realtà italiana

L’assistenza infermieristica negli ospedali italiani dell’epoca era molto scadente: pessime erano le condizioni di lavoro e l’assistenza infermieristica era priva di qualità e organizzazione.
Fu Anna Celli (1878-1958), infermiera tedesca trasferitasi in Italia, a criticare aspramente le attività degli ospedali italiani, affidate in gran parte ad inservienti impreparati, sfruttati e sottopagati.
Celli seguì le orme di Nightingale e indicò, come soluzione per avviare un processo di professionalizzazione dell’assistenza infermieristica, la formazione di una figura infermieristica femminile laica, di ceto sociale elevato e senza impegni familiari, alla quale affidare le funzioni direttive.
Sotto il regime fascista sorsero le prime scuole convitto con obbligo di internato in Italia, destinate alle sole donne.
Solo nel 1971, con la Legge n.124 del 25 febbraio, viene soppresso l’obbligo di internato e viene aperto l’accesso alle scuole per infermieri anche agli uomini; nel 1973, con l’applicazione del Decreto di Strasburgo, la durata del corso di studi passa da 2 a 3 anni e con il DPR 225 del 1974 viene stilato l’elenco delle mansioni degli infermieri.

Aspetti normativi dell’infermieristica moderna

Le fondamenta dell’esercizio infermieristico sono profondamente mutate negli ultimi anni, nonostante l’applicazione pratica delle leggi che caratterizzano la professione infermieristica sia ancora in divenire.
A dire chi è oggi l’infermiere è il D.M. 739/1994, ovvero il Profilo professionale dell’infermiere che ne individua il campo proprio di attività e responsabilità. Con la Legge 42/99 l’infermiere assume lo status di Professionista Sanitario che, in quanto tale, risponde direttamente delle sue azioni.
La Professione, dunque, dice chi è l’infermiere (D.M. 739/94), cosa sa l’infermiere (Ordinamento didattico, Legge 251/2000, Legge 43/2006), cosa fa l’Infermiere e secondo quali principi (Codice Deontologico dell’Infermiere)

Il processo di professionalizzazione

Con “professione” si intende un’attività svolta a servizio degli altri e in modo autonomo, da soggetti che siano in possesso di specifiche conoscenze scientifiche e competenze tecniche acquisite con un lungo periodo di scolarità.
Secondo Afaf I. Meleis, infermiera statunitense contemporanea, le tappe fondamentali dell’evoluzione dell’assistenza infermieristica verso il raggiungimento di un’identità professionale e un campo d’azione proprio sono state:
  • stadio della pratica: (il “fare”) periodo precedente a qualsiasi teorizzazione infermieristica, coincidente con l’assistenza quotidiana ai malati e ai bisognosi, fondata sulla vocazione caritativa, sulla scienza medica e sulla sensibilità artistica dell’infermiera;
  • stadio della formazione e organizzazione: (educazione e amministrazione risultato dell’attività di ricerca promossa negli anni ’60) interesse per la formazione e il management in aggiunta alla definizione di norme e standard da utilizzare nella formazione degli studenti e nella gestione del personale;
  • stadio della teoria: produzione di modelli e teorie concettuali che affrontano gli interrogativi riguardanti l’assistenza infermieristica, il suo mandato e il suo scopo;
  • stadio della filosofia: esigenza dei professionisti di fornire una valida giustificazione epistemologica (di conoscenza scientifica) ed etica alla disciplina infermieristica nel suo complesso.
Una professione, per essere tale, ha bisogno di possedere determinati attributi:
  1. teoria sistematica: notevole conoscenza sistematica acquisita durante un percorso di formazione specifico;
  2. autorità professionale: in riferimento al Codice Civile, sussiste l’obbligo di garantire un risultato rispetto alla prestazione richiesta, sempre in ambito di autonomia;
  3. sanzioni della comunità: riconoscimento della propria utilità sociale e, dunque, legittimazione istituzionale;
  4. codice etico: insieme di principi etici che vincolano e guidano l’operato del professionista;
  5. cultura professionale: garantita da gruppi formali ed informali di professionisti (ad es. associazioni, sedi formative, ecc.)
Conoscenze organizzate in un corpo sistematico di teorie e principi applicati secondo un insieme condiviso di strumenti metodologici e tecnici, lo sviluppo scientifico delle conoscenze possedute e utilizzate dagli infermieri, un linguaggio tecnico specifico e un proprio oggetto di studio alimentato dai continui aggiornamenti ottenuti dai risultati della ricerca teorica e clinica, fanno dell’Infermieristica una scienza:
  • umanistica, poiché ha l’uomo come oggetto di studio e come beneficiario dei risultati dell’assistenza;
  • dialogica, poiché instaura una relazione reciproca con l’assistito al fine di comprendere i suoi bisogni di salute;
  • organizzata, poiché si articola in una serie di principi, concetti ed asserzioni di base, teorie e modelli che costituiscono la struttura concettuale della disciplina;
  • prescrittiva, poiché si prefigge uno scopo pratico, ovvero quello di soddisfare e migliorare le condizioni di partenza dell’assistito.
Infermieri moderni
Il soddisfacimento dei bisogni di assistenza infermieristica non è solo questione di teoria, metodo, e standard specifici, ma si tratta anche di stile professionale, cioè della messa in campo di un insieme di comportamenti che nel rapporto assistenziale con il malato non coincidono con la sola rete dei concetti, ma con la personalizzazione dell’assistenza infermieristica.
“L’infermieristica non è semplicemente tecnica, ma un sapere che coinvolge anima, mente e immaginazione”, scrisse Florence Nightingale; è un sapere che ha bisogno di un metodo, di una forma mentis che permetta al professionista di porre in relazione l’insieme di conoscenze astratte con la finalità pratica (la soddisfazione dei bisogni dell’utente) e quindi con la risoluzione dei problemi.
Mentre il medico si occupa della malattia, l’infermiere si occupa delle risposte della persona alla malattia, risposte che sono di natura biologica, psicologica, sociale e spirituale e che sorgono in conseguenza ad eventi, a problemi di salute reali o potenziali, a processi vitali.
Scopo dell’assistenza infermieristica è dunque quello di promuovere il benessere, prevenire la malattia e ripristinare la salute nell’individuo, nella famiglia a nella comunità.
Per raggiungere questo scopo, l’infermiere si avvale del proprio metodo scientifico di risoluzione dei problemi: il processo di assistenza.

Il processo di assistenza è l’applicazione del problem solving all’assistenza infermieristica

È un processo le cui fasi si susseguono in modo logico-consequenziale e dinamico.
Il processo di assistenza è un metodo di risoluzione dei problemi, è sia mentale che scritto (il piano di assistenza è la progettualità espressa in forma scritta) e si articola in varie fasi:
  1. accertamento: può essere iniziale, continuo, mirato e d’emergenza e consiste nella raccolta, analisi ed interpretazione dei dati, nell’identificazione dei bisogni di assistenza infermieristica;
  2. pianificazione: progettazione, attraverso un piano per obiettivi, dell’assistenza (si stabiliscono il problema, l’obiettivo, i criteri di esito e gli interventi da attuare per raggiungere tale obiettivo);
  3. attuazione: messa in pratica del progetto;
  4. valutazione: verifica che gli interventi assistenziali abbiano raggiunto gli obiettivi prefissati.
Per la presa in carico dell’assistito e la pianificazione di un piano di assistenza che, in linea con la Legge 251/2000, sia per obiettivi e sia dunque tarato sul singolo paziente, l’infermiere si serve della Diagnosi Infermieristica: un giudizio clinico relativo ad un individuo, famiglia o comunità in merito agli attuali o potenziali problemi di salute/processi vitali. Essa fornisce le basi per i trattamenti finalizzati al raggiungimento di risultati dei quali l’infermiere è responsabile.

La Diagnosi Infermieristica, che può essere:

  • reale;
  • di rischio;
  • possibile;
  • di benessere.
Deve avere:
  • veridicità;
  • completezza;
  • precisione;
  • chiarezza.
È essa stessa un metodo, un processo e uno strumento di pianificazione ed è formata da:
  • titolo,
  • fattori correlati (la causa del problema),
  • caratteristiche definenti (segni e sintomi, ovvero dati oggettivi e dati soggettivi).
Gli obiettivi, che sono l’opposto del problema iniziale, devono essere realistici, raggiungibili, centrati sul singolo paziente e devono essere formulati con soggetto (l’assisto), un verbo di azione, una condizione, un criterio e un arco di tempo entro il quale devono essere attesi.
Gli interventi costituiscono attività pratiche che l’infermiere, seguendo Linee Guida, Protocolli, Procedure ed Istruzioni Operative, mette in atto per risolvere la causa del problema.
La valutazione, in itinere e a distanza, consiste nel verificare che gli interventi attuati abbiano portato ai risultati prefissati dall’obiettivo.
Il processo di assistenza infermieristica, dunque, è il metodo che la disciplina infermieristica adotta per identificare i bisogni del singolo o di un gruppo sociale e per pianificare una risposta appropriata, efficace ed efficiente a tali problemi attraverso un complesso di prestazioni di totale competenza e responsabilità infermieristiche.
Alla nuova sfera di autonomia operativa dell’infermiere si affianca l’adozione di una documentazione infermieristica, necessaria per certificare correttamente e registrare storicamente le prestazioni infermieristiche erogate, attività che esprime valenza legale in qualità di atto pubblico di incaricato di pubblico servizio.

Catetere maschile esterno: Il posizionamento di un condom


Operatore Socio Sanitario

Il catetere maschile esterno, meglio conosciuto come condom, è una valida alternativa al catetere vescicale e serve per controllare l'incontinenza o per la raccolta delle urine. La scelta di utilizzare, su un paziente, un condom al posto di un catetere vescicale spetta all'infermiere, però al contrario del catetere invasivo, quello esterno può essere applicato anche dagli operatori socio sanitari.

Catetere maschile esterno condom: Cos'è, quando e perché si applica

catetere maschile esterno condom
Il catetere maschile esterno tipo condom
Il catetere maschile esterno, meglio conosciuto come condom, si usa come il condom per la contraccezione, ma a differenza di questo, il catetere maschile esterno viene collegato ad un tubo per raccogliere l'urina che confluisce in una sacca. Inoltre, nella maggior parte dei casi questi condom sono auto-adesivi, per aderire meglio alla base del pene.
La scelta di utilizzare, su un paziente, un condom al posto di un catetere vescicale spetta all'infermiere, però al contrario del catetere invasivo, quello esterno può essere applicato anche dagli operatori socio sanitari.
A domicilio, spetterà al medico o all'infermiere di famiglia informare e formare l'utente sulla corretta procedura da seguire sulla gestione dello stesso.
È importante sottolineare che, soprattutto nei casi di incontinenza, la scelta di un condom, se preceduto da una seria valutazione professionale e dall'utilizzo di prodotti adatti all'utente in questione, può rappresentare davvero una svolta nella vita sociale di un uomo, non più costretto a rintanarsi in casa per paura di emanare cattivi odori o di bagnarsi.
Per quanto riguarda invece i tanti motivi che spingono il personale sanitario ad optare di posizionare un condom, sicuramente ce n’è uno che spicca più di altri. Ed è sicuramente quello della prevenzione di infezioni tradizionalmente trasmesse o provocate dal catetere vescicale o dal pannolone.
Il fatto stesso di non dover inserire nulla all'interno del corpo del paziente o, come nel caso dei pannoloni, di non lasciare lo stesso a contatto con le urine e le feci, può sicuramente recare un beneficio.
A volte, però, può accadere che a seguito di seri motivi non sia possibile utilizzare il catetere maschile esterno. Ecco perché una corretta valutazione prima, durante e dopo il suo posizionamento, è essenziale per evitare danni ancora peggiori.

Posizionamento del condom: La procedura per l’Oss

Se, dopo aver fatto tutte le valutazioni, l'infermiere stabilisce che l'operatore socio sanitario può procedere con l'applicazione del condom, questi deve attenersi alla seguente procedura:
  • lavare le mani prima e dopo l'applicazione e indossare i guanti monouso
  • far sedere il paziente sul bordo del letto e misurare la circonferenza del pene utilizzando, laddove possibile, il metro in cartone fornito dalla casa produttrice del condom
  • preparare il paziente facendolo sdraiare sul letto
  • disporre su un carrello: il catetere maschile esterno, la sacca di raccolta che può essere da gamba o da letto, il tubo di raccordo, il sapone, un asciugamano, le forbici
  • effettuare l’igiene perineale del paziente, assicurandosi di eliminare tutto il sapone e di asciugare bene, altrimenti la colla potrebbe non attaccare. Meglio non usare saponi troppo idratanti
  • tagliare i peli, se presenti, per favorire il fissaggio sulla pelle. Non radere, perché la ricrescita potrebbe creare irritazioni ed infezioni
  • accertarsi che il pene non sia irritato
  • posizionare il condom e poi srotolarlo sul pene. È bene sapere che esistono diversi modi di ancoraggio del catetere maschile esterno. Il più comune è autoadesivo, alcuni prevedono l'utilizzo di colle cutanee sulla pelle prima di srotolare il condom sul pene. Altri si attaccano grazie a fascette adesive che vanno applicate in precedenza sul pene
  • attaccare il raccordo, che può avere forme e dimensioni differenti, e la sacca. Se si tratta di un paziente deambulante è meglio utilizzare una sacca da gamba per il giorno, che solitamente viene attaccata con due fascette elastiche alla coscia o al polpaccio e una sacca più grande per la notte. Nel caso di pazienti allettati è meglio usare direttamente quella più capiente. Mai far riempire la sacca più dei 2/3 della sua capacità. Meglio scegliere sacche con valvole anti-reflusso, per evitare che le urine possano tornare indietro lungo il tubo
  • assicurarsi che il raccordo o il condom non si annodino
  • sostituire il condom entro 24 ore, semplicemente srotolandolo. Attenzione a non strattonare e/o creare lesioni.
Alla fine della procedura, l'operatore deve informare l'infermiere, in modo che possa valutare la minzione ed eventuali perdite di urina.
In questo caso il condom potrebbe essere stato posizionato male o ne è stato scelto uno di dimensioni errate e quindi va rimosso e riapplicato, dopo aver effettuato un'altra igiene delle parti intime.

lunedì 15 gennaio 2018

ACR: Conoscere e riconoscere precocemente l’arresto cardiaco

L’arresto cardiorespiratorio (ACR) è la più grave emergenza nella quale possa imbattersi un sanitario; se non prontamente riconosciuto e trattato porta a morte certa in pochi minuti. La sopravvivenza è legata alla cosiddetta “catena della sopravvivenza”, che prevede il rapido riconoscimento dell’ACR e la immediata richiesta di aiuto, la precoce rianimazione cardiopolmonare (RCP) di elevata qualità, la precoce defibrillazione - se indicata - e, dopo l’eventuale ripresa del circolo spontaneo (ROSC), un corretto trattamento post-rianimatorio.

Arresto cardiaco: Algoritmo universale e cause potenzialmente reversibili

rianimazione cardiopolmonare in arresto cardiaco
L'arresto cardiaco, se non prontamente riconosciuto e trattato, porta alla morte nel giro di pochi minuti
La prima fondamentale distinzione da fare all’interno dell’ACR è il ritmo cardiaco di insorgenza o, meglio, il ritmo che viene registrato dai soccorritori al momento dell’arrivo sul paziente in arresto; questo perché molto diversa sarà la prognosi.
I pazienti trovati in ritmo defibrillabile - fibrillazione ventricolare (FV) o tachicardia ventricolare senza polso (TV) - hanno una possibilità di sopravvivenza all’ACR nettamente superiore a quelli in ritmo NON defibrillabile: asistolia o attività elettrica senza polso (PEA).
In generale, a livello europeo, la percentuale di pazienti dimessi vivi dall’ospedale dopo un ACR è globalmente del 10% circa e sale al 21% nei casi di ACR in ritmo defibrillabile.
Questo dato è dovuto a più fattori:
  • trovare il paziente in ritmo defibrillabile significa che l’ACR è insorto da pochi minuti;
  • alla base dell’ACR insorto in FV/TV vi è per la maggior parte dei casi una malattia cardiaca o comunque tromboembolica, per lo più un infarto del miocardio, meglio trattabile con le “armi” a nostra disposizione rispetto ad altre gravi situazioni cliniche;
  • i ritmi defibrillabili possono essere efficacemente interrotti dalla defibrillazione;
  • gli arresti cardiaci che insorgono in PEA/asistolia sono causati solitamente da situazioni acute di gravità estrema e difficilmente trattabili (ad esempio politraumi, intossicazioni, ipotermia) o sono l’evento terminale, atteso, di gravi patologie croniche.

La diagnosi di arresto cardiaco

Per noi sanitari sarà quindi di estrema importanza essere in grado di diagnosticare rapidamente l’ACR; ricordiamoci - perché fondamentale - che la diagnosi di ACR è solo clinica e non richiede l’ausilio di alcuna strumentazione: il paziente è in ACR se non risponde alle nostre sollecitazioni tattili e verbali, non respira e non ha polso arterioso centrale né segni di vita.
Sappiamo quanto sia importante la rapida interpretazione del ritmo cardiaco; per questo le compressioni toraciche verranno interrotte appena un secondo operatore sarà pronto a posizionare le piastre manuali del defibrillatore sul torace del paziente.
Ora ci si troverà avanti a due diverse possibilità, che porteranno a seguire uno dei due bracci dell’algoritmo universale ALS (Advanced Life Support); il ritmo potrà essere defibrillabile (FV/TV) o non defibrillabile (asistolia o PEA, cioè qualsiasi altro ritmo cardiaco).

Ritmo defibrillabile (FV/TV)

Immediatamente riconosciuto il ritmo defibrillabile caricheremo le piastre (solitamente a 200 Joule con un defibrillatore bifasico, ma i Joule possono variare a seconda della ditta costruttrice; nel dubbio usiamo i 200 Joule) ed erogheremo lo shock in sicurezza per gli operatori, ponendo cioè la massima attenzione che nessuno tocchi il paziente o le strutture con lui a contatto; sarebbe sempre buona norma indossare guanti in lattice, isolanti.
Erogata la scarica verranno immediatamente riprese le compressioni toraciche esterne; ogni 30 compressioni ci si fermerà per permettere la erogazione di 2 ventilazioni.
In 2 minuti di RCP dovranno essere compresi 5 cicli di 30 compressioni alternate a 2 ventilazioni.
Al termine dei 2 minuti di RCP si ricontrollerà il ritmo cardiaco; se ancora defibrillabile si erogherà il DC shock - eventualmente ad energia maggiore - e si procederà con ulteriori 5 cicli di RCP 30:2 per altri 2 minuti.
Nuovamente, trascorsi i 2 minuti, si ricontrollerà il ritmo; se ancora defibrillabile, DC shock e 2 minuti di RCP.
Si continuerà così fino a quando il ritmo si manterrà defibrillabile.
Se dopo i 2 minuti di RCP che seguono una defibrillazione comparirà al monitor un ritmo compatibile con la presenza di circolo (in pratica qualsiasi ritmo non defibrillabile eccetto asistolia), sarà necessario ricercare la presenza del polso carotideo per 10 secondi; se il polso sarà presente saremo usciti dal’ACR avendo avuto il ROSC; in caso contrario saremo di fronte ad una PEA e continueremo la RCP.

L’intervento dell’équipe ALS

La situazione ideale per eseguire un intervento di rianimazione cardiopolmonare avanzata è che l’équipe ALS sia composta da 4 sanitari:
  • un team leader, che si occuperà della valutazione del paziente e di gestire gli altri 3 componenti della squadra
  • una persona alla testa del paziente, che si occuperà della gestione delle vie aeree e di tenere i tempi dell’intervento
  • due persone ai lati del paziente, che si alterneranno al MCE e si occuperanno della defibrillazione e della somministrazione dei farmaci.
Ruolo del team leader è, durante i cicli i RCP, visitare il paziente dalla testa ai piedi e raccogliere le notizie anamnestiche eventualmente disponibili per cercare di capire quali delle 8 cause potenzialmente reversibili abbia provocato l‘ACR.
È di vitale importanza cercare di identificare una delle 8 cause, perché se non diagnosticata e trattata, le possibilità di ROSC si ridurranno al minimo; questo è vero in assoluto per quanto riguarda l’ACR esordito con ritmo non defibrillabile, poiché sostenuto da una situazione clinica talmente grave che, se non risolta, non permette la ripresa di circolo spontaneo.
Di fronte ad un ritmo defibrillabile sarà sempre possibile ottenere il ROSC tramite la scarica elettrica, ma, se non riusciremo a capire cosa abbia causato l’ACR, è alquanto probabile che a breve termine questo comparirà nuovamente.
Di grandissimo ausilio nella ricerca delle 8 cause potenzialmente reversibili si è rivelato l’uso dell’ecografia.
Questa, anche in mani relativamente poco esperte, sarà in grado di informarci in pochi secondi sulla possibile presenza di una embolia polmonare massiva, di un PNX, di un versamento pericardico tamponante, dello stato volemico del paziente, di un versamento pleurico e peritoneale, dell’esistenza o meno di attività meccanica cardiaca, della possibile presenza di un aneurisma aortico.

Trattamento terapeutico

Identificata la causa sarà necessario trattarla nel minor tempo possibile.

Ipossia

Necessario ventilare al meglio il paziente, preferibilmente tramite intubazione oro tracheale (IOT).

Ipotermia

Necessario scaldare il paziente, togliendo vestiti bagnati, scaldandolo con flussi di aria calda, O2 riscaldato, coperte termiche, lavaggi vescicali con liquidi caldi, fino ad arrivare a lavaggio peritoneale/pleurico con liquidi caldi e circolazione extracorporea.

Ipovolemia

L’ecografia ci avrà mostrato una vena cava inferiore (VCI) vuota, completamente collabita; il cuore sarà piccolo, l’attività cardiaca, in caso di PEA, sarà inizialmente concitata, per diventare via via sempre più bradicardica. La terapia sarà riempire il paziente, inizialmente con boli di cristalloidi seguiti da eritrociti concentrati 0 negativo.

Ipo/iperkaliemia

In caso di ipopotassiemia - molto spesso associata ad ipomagnesiemia - potremmo imbatterci come ritmo di esordio in una TV polimorfa detta “torsione di punta”, aritmia abbastanza caratteristica di tale alterazione elettrolitica. La terapia consiste nella rapida somministrazione di potassio cloruro 30 mEq in 15’ e magnesio solfato 2 gr ev.
La iperpotassiemia in condizione di ACR viene trattata con bolo ev di Calcio cloruro 10 ml al 10%, bicarbonato di sodio 8.4% 50 cc, insulina rapida 10 UI in bolo e bolo di glucosio 50 gr; in centri specializzati, terapia elettiva è la emodialisi.

Tossici e farmaci

Identificato un possibile agente tossico alla base dell’ACR, la terapia è la somministrazione dell’antidoto (esempio naloxone nella overdose di oppiacei).

Tamponamento cardiaco, pnx iperteso, tromboembolia polmonare

Hanno aspetti simili all’esame obiettivo, nel senso che, in assenza di concomitante ipovolemia, sono tre situazioni nelle quali il paziente in ACR presenterà giugulari turgide all’ispezione del collo.
Il tamponamento cardiaco solitamente è secondario a trauma toracico, più spesso penetrante, o associato a malattie sistemiche infiammatorie o neoplastiche; anche il PNX iperteso è più facilmente osservabile in pazienti con traumi del torace, ma può essere ad esempio la complicanza di una severa crisi asmatica con rottura di una bolla subpleurica. La tromboembolia polmonare massiva (TEP) più frequentemente è secondaria a trombosi venosa profonda (TVP) prossimale.
Terapia del pnx iperteso
Nel PNX iperteso classicamente si avrà l’abolizione di rumori respiratori a carico di un emitorace, la presenza di enfisema sottocutaneo, la trachea deviata verso il lato non affetto. Nel sospetto di PNX iperteso l’immediata terapia da porre in atto è la detensione tramite ago cannula in II spazio intercostale sull’emiclaveare, in attesa che chi in grado di farlo posizioni un drenaggio toracico.
Terapia del tamponamento cardiaco
Terapia del tamponamento cardiaco, in emergenza, la pericardiocentesi; gold stanard, ma difficilmente attuabile se non in centri particolarmente avanzati, la toracotomia resuscitativa.
Nel sospetto di TEP sarà importante ricercare segni di TVP o la presenza di gesso ad un arto; anamnesticamente prolungata immobilità o, ad esempio, assunzione di terapia estro-progestinica.
Terapia specifica, la somministrazione di trombolitico (alteplase o TNK).
Nella diagnosi differenziale di queste 3 situazioni è di enorme aiuto l’ecografia:
  • nel PNX si avrà l’abolizione dello sliding pleurico dal lato affetto;
  • nel tamponamento cardiaco sarà evidente il versamento pericardico con, in presenza di attività cardiaca meccanica, collasso diastolico delle cavità destre.
  • Nella TEP il cuore dx sarà dilatato, segno di acuto sovraccarico; ipocinetico il ventricolo destro, con possibile risparmio dell’apice (segno di Mc Cullen).
Tutte queste tre situazioni avranno, ecograficamente, vena cava fissa e dilatata.

Trombosi coronarica

Ultima causa, seppur la più frequente, la trombosi coronarica, nei diversi aspetti della sindrome coronarica acuta (SCA); infarto con ST sopraslivellato (STEMI), infarto senza sopraslivellamento del tratto ST (NSTEMI), angina instabile.
Qui la diagnosi sarà fatta sull’anamnesi e sull’Ecg, se si era riusciti ad eseguirlo prima del sopravvenire dell’ACR, mancando, spesso, reperti obiettivi tipici.
Sempre di più, in centri specializzati, l’orientamento terapeutico è la coronarografia con angioplastica, anche in situazione di ACR.
Ricordiamoci che scopo delle nostre manovre rianimatorie è il ROSC associato ad una degna qualità di vita; al team leader spetterà quindi anche il compito di decidere quando non iniziare e quando sospendere gli sforzi rianimatori.

Dispatch telefonico Centrale 118: Cos'è e come funziona

Dispatch deriva dall'inglese "to dispatch", distinguere. Il Sistema Dispatch è la funzione della Centrale Operativa 118 - il centro di coordinamento a livello provinciale per la gestione di tutte le chiamate riguardanti l'emergenza sanitaria - che comprende tutte le fasi inerenti il sistema di soccorso, a partire dalla ricezione della chiamata fino all'arrivo dei soccorritori sul luogo dell'evento.

Dispatch telefonico nelle Centrali 118: Controversie e complessità

infermieri di centrale operativa 118
Il Triage presenta radici lontane; nasce durante le Guerre Napoleoniche per gestire l’afflusso massiccio dei feriti, fino ad essere introdotto nei nostri Pronto soccorso per far fronte a quell’overcrowding che da circa vent’anni caratterizza la quotidianità degli ospedali.
Tale concetto rappresenta una vera rivoluzione, in quanto ridistribuisce i tempi di attesa in base alle condizioni cliniche del paziente.
Nel corso degli anni assistiamo ad un’evoluzione che ha attribuito all’infermiere la competenza di effettuare questa attività, dopo aver ricevuto una formazione adeguata e specifica.
Con l’introduzione del numero 118 si assiste alla nascita di un nuovo ambito dove questa attività poteva essere eseguita. Il concetto di triage, quindi, si estende dal Pronto soccorso alle Centrali Operative, da qui sul territorio, nel soccorso extraospedaliero fino alle maxiemergenze.
Il Sistema del Dispatch (o di invio) è un sistema elaborato negli Stati Uniti che comprende tutte le operazioni inerenti il sistema di soccorso, dalla ricezione della chiamata all’arrivo dei soccorritori sul luogo dell’evento.
Si parla anche qui di sistema, poiché è un processo costituito da 5 fasi principali:
  • intervista telefonica
  • attribuzione codice di gravità
  • scelta del mezzo di soccorso
  • istruzione all’utente sulle manovre da effettuare pre-arrivo dei mezzi di soccorso
  • supporto informativo ai soccorritori fino all’arrivo sul target.
Questa attività consiste non solamente in un’intervista e nello stabilire un codice di gravità; dall’operatore dipende il mezzo di soccorso utilizzato (ALS e/o BLS) e la rapidità con cui questa risorsa deve raggiungere il luogo dell’evento.

L’intervista telefonica

L’intervista telefonica è fondamentale per poter creare un dispatch; essa cambia a seconda dei protocolli stabiliti da ogni Centrale Operativa, ma sostanzialmente le domande che devono essere fatte sono:
  • da dove chiama?
  • cos’è successo?
L’infermiere deve raccogliere tutte le informazioni necessarie all’identificazione del luogo dell’evento (indirizzo, punti di riferimento) chiedere ai parenti, se possibile, di recarsi sulla via principale per aiutare il mezzo al raggiungimento del posto, poi deve sempre farsi dare un numero di telefono se non registrato dai sistemi informatici per chiamare laddove ci fossero problemi per l’arrivo sul target.

Caso di incidente

Nel caso in cui sia accaduto un incidente le informazioni che il dispatcher deve ottenere sono:
  • dinamica dell’evento e mezzi coinvolti (auto-auto, pedone-auto, camion-auto, frontale, salto di corsia, caduta: come, da quanti metri)
  • se il caller vede il ferito/i: quanti, dov’è, si muove, è imprigionato. È cosciente (soporoso, agitato), se respira (come) se presenta emorragie evidenti (ferite, fratture esposte)
  • l’infermiere deve verificare se ci può essere un rischio secondario evolutivo (incendio, esplosione, intossicazione), in modo tale da avvertirei Soggetti Istituzionali preposti (115, 112, 113)

Evento diverso dall’incidente

Qualora non si trattasse di un incidente il dispatcher deve domandare se il paziente è cosciente, respira, se ha dolore, di che tipo, la sede coinvolta e se ha patologie concomitanti oppure passate.
Una chiamata che arriva in centrale operativa si definisce: first party caller (prima persona) quando chi ha bisogno effettua egli stesso la chiamata, second party caller (seconda persona) quando chi chiama è fisicamente vicino al paziente, third party caller (terza persona) quando chi effettua la telefonata è fisicamente lontano dal malato.
Sapere da chi è stata effettuata la richiesta di soccorso potrebbe essere utile per verificare l’appropriatezza del codice d’invio, che se avanzata da un third caller non può essere che giustificata per la mancanza di informazioni.

Tecniche di comunicazione

Essere Infermiere di Centrale richiede non solo formazione circa la semeiotica delle patologie, i trattamenti di primo soccorso e sulla selezione delle chiamate, ma implica anche un training sulle tecniche di comunicazione approccio telefoniche, ovvero su come fare l’intervista soprattutto se dall’altra parte c’è un utente agitato.
La principale tecnica utilizzata in questi casi è la cosiddetta “repetitive persistance” , che consiste nel ripetere la domanda più volte ed il motivo della domanda fino a che non si ottiene la risposta dal parente; può inoltre essere utile sapere il nome di chi chiama per stabilire un rapporto fiduciario nel quale la persona si senta considerata e perciò possa calmarsi fornendo informazioni all’operatore, ponendo in atto - laddove richieste - istruzioni pre-arrivo.

I protocolli di intervista

L’uso di un protocollo d’intervista rappresenta la base comune di partenza per l’identificazione della gravità del paziente. Seguire un protocollo serve innanzitutto per unificare la metodologia dell’intervista e quindi tutti gli operatori di una stessa centrale sanno che devono attenersi a quel metodo. Poi guida l’operato dell’infermiere per lasciare uno spazio alla professionalità del dispatcher ormai esperto.
La comunicazione utilizzata dall’operatore è fondamentale nell’intervista: tutte le persone (anche le più inopportune) vanno trattate con cortesia e rispetto. L’operatore deve essere calmo e rassicurante, mantenendo il controllo della conversazione. Durante l’intervista l’infermiere deve utilizzare un linguaggio chiaro, semplice assicurandosi di essere compreso dall’interlocutore.
L’operatore deve chiedere anche se il telefono da cui chiama è fisso, oppure un cordless, in modo tale da stare vicino al paziente o domandargli se è presente un’altra persona con loro, magari meno coinvolta, che possa effettuare interventi di primo soccorso seguendo ciò che gli viene detto dall’infermiere tramite il caller. Inoltre deve saper tenere sotto controllo la conversazione, facendo in modo che l’utente non esuli da ciò che gli è stato chiesto.
Tutti questi elementi fanno parte dell’intervista, che rappresenta l’unico modo per raccogliere tutti i dati necessari per la decisione di un codice di gravità secondo il sistema di codifica stabilito con il decreto del 15/05/1992.

I sistemi informatizzati delle centrali operative

I sistemi informatizzati delle centrali operative presentano dei programmi in grado di attribuire loro stessi il codice seguendo ciò che viene selezionato nei campi relativi all’intervista. Questo metodo non è d’obbligo, nel senso che per forza devono essere registrati i dati dell’intervista, ma al momento dell’attribuzione del codice l’infermiere decide se calcolarlo automaticamente o deciderlo in autonomia.
Il codice di gravità è molto importante, perché da esso dipende il coinvolgimento del mezzo da inviare che deve essere, quando possibile, adeguato alla situazione. A questo fine più corretta sarà la valutazione più idonea sarà la risorsa mandata senza gravare sul paziente stesso e su altri eventuali richiedenti.

L’invio del mezzo di soccorso

Al fine di inviare il mezzo correttamente l’infermiere deve conoscere la dislocazione dei mezzi sul territorio, perché deve essere preciso nell’inviare l’ambulanza in base alla gravità, ma anche in base alle competenze territoriali.
Inoltre deve conoscere la tipologia delle risorse, cioè se sono ambulanze medicalizzate, infermieristiche oppure auto mediche e quante sono solo con soccorritori a bordo.
Deve avere in tempo reale la distribuzione dei mezzi sul territorio per sapere quali sono le ambulanze impegnate e non.
Inviata l’ambulanza la Centrale rimane in collegamento con il mezzo del soccorso per fornirgli, tramite supporto cartografico, dati utili per trovare il target che non sempre si raggiunge facilmente.
La missione termina con il raggiungimento, da parte del mezzo di soccorso con il paziente a bordo, della sede ospedaliera più adeguata alle condizioni cliniche, o comunque quella che assicuri la stabilizzazione della persona soccorsa.

Edema Polmonare Acuto

Paziente con ossigenoterapia



L’edema polmonare acuto (EPA) è una grave condizione determinata dall’accumulo di liquido nel tessuto interstiziale e negli alveoli polmonari che riduce drasticamente la capacità di scambio dei gas respiratori e rende estremamente difficoltosa la respirazione. Può avere origini cardiogene o non cardiogene e il paziente con EPA diventa rapidamente dispnoico, ortopnoico, cianotico e tossisce espettorato schiumoso con tracce di sangue (emottisi).

Edema Polmonare Acuto nello specifico: Eziologia, segni e sintomi

L’Edema Polmonare Acuto può avere origine in seguito a disfunzioni cardiache oppure in seguito a problemi non cardiaci, come possono essere un sovraccarico di liquidi, una sepsi, un’overdose da oppiacei, l’inalazione di gas nocivi ed altri.
L’edema polmonare vede la fuoriuscita dei fluidi dal sistema capillare dei polmoni verso gli spazi interstiziali, prima, e verso le cavità di bronchioli ed alveoli, poi.
Gli alveoli, in stretto contatto con i capillari polmonari, sono i protagonisti dello scambio gassoso ossigeno-anidride carbonica e nel momento in cui si trovano invasi da liquidi non riescono più a svolgere la loro fondamentale funzione.
Il passaggio di liquido dai capillari verso lo spazio interstiziale e gli alveoli può avvenire attraverso due processi:
  • trasudazione: l’aumento della pressione all’interno dei vasi sanguigni provoca la fuoriuscita di liquido (trasudato) senza che la parete vasale subisca danni strutturali;
  • essudazione: un processo infiammatorio compromette la parete vasale al punto da provocare una lesione attraverso la quale fuoriesce un liquido più composito rispetto al trasudato: l’essudato, infatti, contiene cellule ematiche e proteine plasmatiche.
Quando si parla di edema polmonare in base all’eziologia si distingue fra:
  • edema polmonare cardiogeno: trae origine da un’anomalia cardiaca;
  • edema polmonare non cardiogeno: dipendente da motivi extra-cardiaci.
Tra le cause cardiache si possono ascrivere, ad esempio:
  • infarto miocardico acuto;
  • cardiopatia ischemica;
  • cardiopatie congenite;
  • tachiaritmie (ad es. fibrillazione atriale parossistica, tachicardia parossistica sopra-ventricolare, ecc.);
  • cardiopatia ipertensiva;
  • endocardite;
  • miocardite;
  • valvulopatie ecc.
Tra le cause extra-cardiache di edema polmonare troviamo:
  • sindrome da distress respiratorio dell’adulto;
  • infezioni/sepsi;
  • politraumi;
  • shock;
  • overdose di stupefacenti;
  • embolia polmonare;
  • ab ingestis;
  • pancreatite acuta;
  • inalazione di sostanze tossiche;
  • intossicazione da ossigeno ecc.
Per quanto riguarda le manifestazioni cliniche l’edema polmonare si contraddistingue per segni e sintomi quali, ad esempio:
  • dispnea acuta ad insorgenza improvvisa e che persiste anche in posizione sdraiata (ortopnea);
  • tosse con probabile espettorazione di escreato schiumoso e rosato;
  • astenia;
  • pallore o cianosi cutanea;
  • diaforesi algida;
  • cardiopalmo e ipertensione;
  • aumento di frequenza cardiaca e frequenza respiratoria;
  • stato di ansia;
  • rantoli crepitanti all’auscultazione toracica ecc.
La presenza di questi dati clinici deve essere supportata da specifiche indagini diagnostiche al fine di giungere alla diagnosi di edema polmonare, in particolare:
  • RX-torace: permette di distinguere tra un edema polmonare interstiziale ed uno polmonare, di valutare l’aumento delle dimensioni dell’ombra cardiaca e di individuare il versamento pleurico;
  • ECG: è utile per capire se all’origine dell’edema polmonare ci sono disfunzioni cardiache;
  • Emogasanalisi arteriosa: necessaria per stabilire un’insufficienza respiratoria o una condizione di acidosi respiratoria ecc.
Quella di edema polmonare è una condizione clinica molto seria che annovera un’elevata mortalità; la sua prognosi dipende rigorosamente da:
  • rapidità d’intervento nella risoluzione della causa scatenante;
  • gravità della patologia scatenante;
  • età e condizioni generali del paziente;
  • presenza di comorbilità.