domenica 13 gennaio 2019

Le vene del braccio, anatomia di una scelta

Perchè fare il foro in un punto al posto di un altro?
Nel 2008 il giudizio clinico degli infermieri è stato oggetto di studio pubblicato sul BMJ, l'obiettivo era valutare la durata di un accesso venoso rispetto alle complicanze, per comprendere se il giudizio clinico era sufficiente per deciderne la durata è stato fatto uno studio randomizzato.
Ogni buon giudizio ha delle basi di partenza, l'anatomia e alcuni aspetti morfologici ci aiutano nella scelta e a fare esperienza per ridurre gli errori.
La procedura e l'elenco del materiale sono scritti identici nei vari documenti aziendali, ma quali pensieri corrono nella mente dell'infermiere quando si fa un'azione.
Le vene di calibro maggiore sono 3:
la cefalica,
la basilica,
la cubitale mediana.
A seguire le vene secondarie e le anastomosi più o meno evidenti.
vene braccio wiki
La cefalica passa nella parte esterna del braccio e la basilica all'interno.
La cefalica è quella vena evidente sul bicipite che scende fino al pollice.
La basilica è presente nella parte interna del bicipite e poi all'altezza del gomito diventa leggermente posteriore.
La cubitale mediana è nella piega del braccio e ha un importante funzione di anastomosi fra le due vene principali.
Quando foriamo una vena
Per prima cosa la palpiamo, la tocchiamo con due dita con l'obiettivo di identificarne degli elementi ben precisi:
il diametro,
la profondità,
la direzione, 
la consistenza della parete.
(abbiamo preparato il materiale, informato il paziente e disinfettato)
Con un ago cannula attraversiamo l'epidermide, il derma, l'ipoderma (spesso non rilevabile) e la parete della vena, quindi siamo dentro alla vena e facciamo scorrere la cannula.
Se siamo "sfortunati" la cannula incontra una piega o una valvola venosa e si impunta ed è necessario retrarre la cannula sull'ago e riprovare.
Se si forma una "pallina" la vena si è rotta e bisogna togliere immediatamente il laccio emostatico, altrimenti continuerà a crescere e si deve rifare tutto.
Il foro è più o meno doloroso ciò dipende da almeno due elementi, la mano dell'infermiere e la percezione del paziente; un altro elemento è dato dalla sede perchè il dorso della mano fa più male della piega del braccio.
La mano decisa dell'infermiere che ha valutato bene la vena causerà meno dolore di un foro indeciso che penetra l'epidermide lentamente.
Un altro fattore è la percezione del paziente perchè un bambino, un giovane o un adulto vivono un'esperienza diversa.
Nella maggioranza dei casi la complicanza immediata per un insuccesso è  un livido che scompare nel giro di 1 o 2 settimane senza lasciare traccia.
La comunicazione deve essere chiara, sincera, adeguata al paziente, ricordando che non è un elemento spontaneo che si impara a scuola, perchè nessuno ti insegna come tranquillizzare una persona a cui si sta per fare male e deve essere esercitata e migliorata costantemente.
Controlla:
le parole che usi,
il tono della voce, 
la mimica facciale,
la postura del corpo,
e cosa più difficile devono essere tutte parole sincere.

 Una parentesi storica,
nel 2002 il CDC di Atlanta nella linea guida sulla prevenzione delle complicanze dei cvc, diede un'indicazione arbitraria che le agocannule dovevano essere lasciate in sede per 3 giorni, malgrado la linea guida era sui cvc e non sulle agocannule perciò tutti prendemmo la regola alla lettera e fu riportata in tante procedure aziendali.
L'effetto fu che venivano sostituite agocannule funzionanti e ti trovavi il paziente che per primo ti chiedeva perchè doveva avere un altro foro per un altro giorno di terapia... risposta ufficiale ... sa le procedure.
Nel 2011 il CDC fa dietrofront, perchè si accorsero del trial pubblicato sul BMJ che confronta il cambio routinario verso quello su indicazione clinica (LINK).
La Cochrane collaboration attenta ai trial e all'uso delle risorse in sanità pubblicò le sue valutazioni (LINK).
Dal 2008 sono iniziate una serie di pubblicazioni dato che in fondo sostituire un ago cannula senza motivo era una sofferenza inutile ed un costo non appropriato. 
Dove posizionare un CVP?
Le agocannule sono morfologicamente parlando di due tipi, una in continuità con un cono e una in continuità con una prolunga e due alette tipo butterfly.
La scelta sul dove posizionare l'ago cannula dipende anche dal modello che abbiamo a disposizione e dalla tecnologia di sicurezza dell'ago.
Il tipo di ago cannula influenza l'impugnatura e la sensibilità che si ha quando si fora.
Deciso, si fora.... guardando l'immagine le semplici nozioni di anatomia ci vengono in aiuto.


Spesso si agisce pensando al benessere del paziente per il momento che ci compete, la cubitale mediana viene usata spesso per il posizionamento di un ago cannula e se il paziente sente poco dolore quando si fa il foro è soddisfatto e contento.
Ma cosa accade se abbiamo una flebite nella cubitale mediana?
La flebite può comparire dopo 1, 3, 5 o 10 giorni l'aver scelto la cubitale mediana al posto di un altra vena e ha delle conseguenze dato che comporta un maggior dolore, disagio e limitazione rispetto ad un altra posizione.
Per alcune infusioni sappiamo a priori che avremo delle flebiti. 
Quali sono gli effetti di una flebite?
Una flebite è un arrossamento della vena che diventa dura, dolente e calda al tatto.
La cefalica e la basilica all'altezza del bicipite sono due vene importanti per il braccio, se abbiamo delle flebiti si crea una situazione problematica, una considerazione estrema potrebbe essere che ostacoli nel flusso venoso del braccio potrebbero pregiudicare l'utilizzo successivo per l'impianto di un PICC. 
Un ago cannula in una posizione di movimento come nella cubitale mediana (la piega del braccio) o all'altezza del polso determina sia una limitazione dei movimenti, ma anche una maggior facilità alla formazione di flebite e di conseguenza il deficit di movimento si protrae dopo la rimozione della cannula.

Possiamo darci delle indicazioni di massima?
Per iniziare ne penserei almeno tre poi in ogni ambito specialistico possono esserci variazioni:
 -scegliere vene del braccio dalla posizione distale per poi risalire,
-non forare in una vena a valle di una flebite,
-scegliere per ultime le zone del polso e della cubitale mediana..
 La rimozione di un agocannula in un paziente che deve fare diversi giorni di terapia infusionale implica che dobbiamo riposizionarla e di conseguenza anche la valutazione di un agocannula prima della rimozione fa parte delle scelte che facciamo prima di prendere una vena.
Ma poi quanto dura un agocannula in sede?
Da un punto di vista biologico un agocannula non utilizzata può restare in sede tantissimo, anche 1 mese, ci sono gli studi delle case produttrici.
Ma perchè se utilizziamo l'ago cannula la durata all'interno della vena è inferiore?
I motivi sono molti:
La disinfezione durante l'inserimento, l'epidermide è colonizzata e quindi ad una scarsa disinfezione si favorisce la formazione di flebiti.
Il lavaggio delle mani, il massimo vettore di infezioni crociate siamo noi.
Le soluzioni e i farmaci che non erano adatte ad un infusione in via periferica.
La scelta di posizioni mobili, polso o piega del braccio favoriscono lo scorrimento della cannula entro la vena e di conseguenza il passaggio di microrganismi, mentre lo sfregamento con la parete interna della vena favorisce l'irritazione.
La difficoltà di mantenimento della sterilità del circuito anche quando l'obiettivo è il mantenimento della massima asepsi.
La disinfezione non è sterilizzazione ma va fatta sempre ed in particolare sui tappini a pressione.

Concludo:
L'anatomia della scelta è incompleta perchè dovremmo differenziare le nostre scelte anche confrontando il circolo venoso del bambino, dell'adulto e dell'anziano.
Spero di non averti annoiato troppo con questa chiacchierata spuntata, che vuole solo raccontare come un'azione infermieristica di minuti implica varie scelte e valutazioni.
Se servono dei riferimenti bibliografici per qualche argomento basta chiedere nel box sotto.

Altri articoli sul prelievo venoso:

Il prelievo venoso questione di tatto e di sensazioni

Sistema di sicurezza dei prelievi, in pratica

Prelievo venoso cosa vediamo?

Le vene del braccio, anatomia di una scelta

giovedì 15 novembre 2018

SINCOPE IN DEA: Linee Guida ESC 2018

Durante gli anni di specializzazione in Medicina Interna innumerevoli sono stati i ricoveri provenienti dal PS per sincope di origine incerta.
A distanza di anni, ritrovandomi dall’altra parte della barricata, ho dovuto chiedermi più volte di fronte all’ennesimo paziente che accedeva per perdita di coscienza: “lo ricovero? lo dimetto? resta in osservazione? quale percorso in PS?”
A queste domande ha provato a dare una risposta l’ESC che ha pubblicato a Marzo di quest’anno le nuove linee guida sulla sincope (le ultime risalivano al 2009), focalizzando l’attenzione sulla gestione in area di emergenza.
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https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29562304
DEFINIZIONI
Con il termine sincope si definisce una transitoria perdita di coscienza (TLOC: transient loss of consciousness) secondaria ad ipoperfusione cerebrale, caratterizzata da rapido inizio, breve durata e completa risoluzione spontanea.
TLOC definisce uno stato di reale o apparente perdita di coscienza caratterizzato da amnesia dell’evento, controllo motorio anomalo, mancata responsività e breve durata. Le TLOC si distinguono in post traumatiche e non traumatiche.
Con il termine presincope si indicano i segni e i sintomi che precedono la perdita di coscienza.
FISIOPATOLOGIA E CLASSIFICAZIONE SINCOPE E TLOC
  • Sincope
Il meccanismo fisiopatologico centrale che determina la sincope è la riduzione della pressione arteriosa sistemica e la conseguente ipoperfusione cerebrale, infatti un’improvvisa interruzione della perfusione cerebrale per 6-8 secondi può determinare una completa perdita di coscienza.
La pressione arteriosa sistemica è il risultato del prodotto tra l’output cardiaco e le resistenze periferiche totali per cui un’alterazione di uno o di entrambi i meccanismi può determinare la sincope.
Riduzione delle resistenze periferiche
  1. Riduzione dell’attività riflessa con conseguente vasodilatazione ed insufficiente vasocostrizione simpatica (sincope vasodepressiva).
  2. Disturbo funzionale del sistema autonomo.
  3. Disturbo strutturale del sistema autonomo.
Riduzione dell’output cardiaco
  1. Bradicardia riflessa (sincope da meccanismo cardioinibitore).
  2. Patologie cardiache: aritmie, cardiopatia strutturale, embolia polmonare, ipertensione polmonare.
  3. Inadeguato ritorno venoso secondario a deplezione di volume o del pool venoso.
  4. Inibizione del meccanismo inotropo e cronotropo secondario a disfunzione autonomica.
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Più schematicamente le cause di sincope possono essere così classificate:
Classificazione sincope
  • Crisi epilettiche
Solo le forme di epilessia caratterizzate da perdita del controllo motorio con conseguente caduta a terra entrano in diagnosi differenziale nei casi di perdita di coscienza. Comprendono le crisi generalizzate toniche, cloniche, tonico-cloniche e atoniche. Le crisi parziali o le assenze non rientrano tra le forme di TLOC.
  • TLOC psicogena
Si manifesta in due forme: simil-epilettica o senza componente motoria
  • Cause rare di TLOC
Raramente entrano in diagnosi differenziale con la sincope poiché si associano a sintomi di accompagnamento di rapida individuazione; comprendono: TIA vertebro-basilare, TIA carotideo, Sr da furto della succlavia, emorragia sub-aracnoidea o intraparenchimale, disturbi metabolici, intossicazioni.
VALUTAZIONE INIZIALE E MANAGEMENT
Per un corretto inquadramento diagnostico di fondamentale rilevanza risulta la raccolta anamnestica con particolare attenzione alle caratteristiche con cui si è verificato l’evento (soprattutto con l’aiuto di testimoni). Quattro sono le domande a cui bisogna dare preliminarmente una risposta:
  1. Si è trattato di una reale perdita di coscienza?
  2. In caso affermativo, l’origine è sincopale o non sincopale?
  3. Vi è una chiara eziologia dell’evento?
  4. Vi sono elementi che suggeriscono un elevato rischio cardiovascolare o di morte?
Come già detto la TLOC ha quattro specifiche caratteristiche: breve durata, anomalo controllo motorio, mancata responsività e amnesia.
Una TLOC è probabilmente una sincope quando sono presenti segni e sintomi specifici per sincope riflessa, sincope da ipotensione ortostatica o sincope cardiogena, mentre sono assenti i segni e i sintomi specifici per altre forme di TLOC (trauma cranico, crisi epilettiche, altre cause)
La valutazione iniziale del paziente con perdita di coscienza prevede:
  1. Attenta raccolta anamnestica sulle caratteristiche dell’evento (primo episodio, episodi recidivanti, prodromi, eventi scatenanti).
  2. Esame obiettivo testa-piedi compresa misurazione della pressione arteriosa in posizione supina e in piedi.
  3. Elettrocardiogramma.
La valutazione secondaria prevede, quando ritenuto opportuno:
  1. Monitoraggio elettrocardiografico
  2. Ecocardiogramma
  3. Massaggio del seno carotideo in pazienti con età > 40 anni.
  4. Test di stimolazione ortostatica passiva (Head-up tilt test) quando vi è il sospetto di sincope riflessa o dovuta ad ipotensione ortostatica.
  5. Esami del sangue quando indicati: Hct/Hb nel sospetto di anemia/emorragia, troponina nel sospetto di cardiopatia ischemica, d-dimero nel sospetto di embolia polmonare.
GESTIONE DELLA SINCOPE IN AREA DI EMERGENZA E STRATIFICAZIONE DEL RISCHIO
Il compito del medico di PS, in caso di episodio sincopale, è quello di dare una risposta a tre domande principali:
  1. Vi è una seria causa sottostante che va identificata?
  2. Qual è il profilo di rischio del paziente?
  3. Il paziente va ospedalizzato?
Il riconoscimento precoce di una causa sottostante potenzialmente fatale, responsabile della perdita di coscienza, è l’obiettivo principale della gestione in area di emergenza del paziente con sincope.
La stratificazione del profilo di rischio è il secondo obiettivo; si basa sulla valutazione integrata delle caratteristiche dell’evento sincopale, anamnesi patologica, esame obiettivo ed elettrocardiogramma e permette di distinguere i pazienti in tre classi di rischio: alto, basso e una classe intermedia.
Ad oggi circa il 50% dei pazienti che accedono in DEA per sincope viene ospedalizzato e l’utilizzo di scores e protocolli standardizzati non ha ancora modificato questo trend; gli studi hanno dimostrato che la mortalità a 7-30 gg è dello 0.8%.
  • Basso rischio
I pazienti a basso rischio hanno avuto una sincope probabilmente di natura riflessa o dovuta ad ipotensione ortostatica e hanno un’ottima prognosi. Questa categoria non necessita di ulteriori accertamenti diagnostici e i pazienti possono essere dimessi direttamente dal DEA. Classe di evidenza IB
  • Alto rischio
In questa categoria la causa della sincope è probabilmente di origine cardiaca; cardiopatie strutturali o anomalie dell’elettroconduzione sono fattori di rischio principali per morte cardiaca improvvisa e per mortalità da tutte le cause, nei pazienti con sincope. Questi pazienti richiedono un approccio diagnostico/terapeutico più aggressivo. E’ necessaria l’osservazione (non oltre le 6 h in DEA) e/o il ricovero. Classe di evidenza IB
  • Intermedio rischio
Questa categoria di pazienti necessita di un periodo di osservazione in DEA/UO sincope e della successiva presa in carico presso strutture ambulatoriali dedicate per ulteriori approfondimenti diagnostici. Non vi sono evidenze che suggeriscono che l’ospedalizzazione di questi pazienti migliori la prognosi mentre un approccio a step che preveda l’osservazione in DEA e la successiva dimissione “protetta” a strutture ambulatoriali si è dimostrato più efficace. Classe di evidenza IB
Stratificazione multiparametrica del rischio in DEA:
Vi è tuttavia un consenso unanime, derivato dai risultati di diversi studi, secondo cui gli attuali scores di stratificazione del rischio non raggiungono una sensibilità, una specificità e un valore prognostico paragonabile al giudizio clinico sul possibile outcome sfavorevole a breve termine del paziente con sincope.
 ESAMI DIAGNOSTICI INTEGRATIVI IN PRONTO SOCCORSO
In aggiunta a quanto già detto sulla valutazione iniziale del paziente in DEA, due test possono essere eseguiti agevolmente in PS:
  • Massaggio del seno carotideo (CSM): è indicato in tutti i pazienti di età maggiore di 40 anni con sincope di origine sconosciuta (classe di evidenza IB). Va eseguito ini posizione supina e in piedi durante monitoraggio pressorio continuo. Diventa diagnostico per malattia del seno carotideo quando determina bradicardia (o asistolia > 3 sec) o ipotensione o quando determina sintomi compatibili con sincope di origine riflessa. Una positività del CSM in assenza di sincope definisce una condizione di ipersensibilità del seno carotideo (CSS). Nonostante le complicanze neurologiche siano piuttosto rare, gli studi dimostrano che il CSM va eseguito con estrema attenzione nei pazienti con pregresso TIA, ictus o stenosi carotidea > 70%.
  • Active standing: la misurazione della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca in posizione supina e dopo 3 minuti di mantenimento della stazione eretta è indicato in tutti i casi di sincope (classe di evidenza IC). Il test risulta diagnostico per ipotensione ortostatica quando si verifica una riduzione della pressione sistolica ≥ 20 mmHg o della pressione diastolica ≥ 10 mmHg o quando si determina una pressione sistolica < 90 mmHg associata a sintomi compatibili con sincope.
CONSIDERAZIONI PERSONALI
Indubbiamente di fondamentale importanza in DEA è il riconoscimento precoce di patologie life treathening di cui l’episodio sincopale rappresenta l’epifenomeno; segue la stratificazione del rischio evolutivo poiché ci consente di pianificare il percorso del nostro paziente.
Le caratteristiche dell’evento, la storia clinica, l’esame obiettivo all’ingresso in PS e l’elettrocardiogramma ci permettono già nelle prime fasi di distinguere una sincope ad alto rischio da una a basso rischio. Tuttavia ritengo che il medico del PS debba utilizzare al meglio i ferri del mestiere al fine di individuare o quanto meno ipotizzare precocemente la causa dell’evento sincopale, evitando al nostro pz un tour tra specialisti (cardiologo, neurologo, elettrofisiologo? Nei casi dubbi si ricovera in medicina!)
Personalmente do molta rilevanza all’anamnesi cercando di circostanziare con la maggiore precisione possibile, le caratteristiche dell’evento sincopale (avvalendomi dell’aiuto di testimoni diretti). Segue la registrazione dell’ECG, compresa la ricerca di pattern Brugada like o di displasia aritmogena del ventricolo destro (onda J, onda epsilon) e il massaggio del seno carotideo.  Utilizzo anche l’ega venoso per il dosaggio dei lattati (sempre elevati nelle crisi epilettiche), Hb ed elettroliti e ovviamente mi avvalgo della POCUS.
Uno sguardo al cuore e una CUS non si negano ad una sincope!
Gli esami di laboratorio confortano solo l’ipotesi diagnostica, nel cardiopatico già noto (o sospetto) doso la troponina, raramente chiedo il D-dimero preferendo orientarmi con la POCUS.
Concludo con un cenno sulla Tc encefalo che non viene citata nell’iter diagnostico della sincope: l’unica indicazione è per la TLOC post traumatica.
Sicuramente il paziente con perdita di coscienza rappresenta un’incognita per il medico di pronto soccorso, il cui corretto inquadramento diagnostico richiede una valutazione multiparametrica integrata e probabilmente anche un “istinto” allenato.

sabato 10 novembre 2018

Codici numerici e attesa massima di 4 ore, le proposte di riforma

In queste ore stanno circolando alcuni documenti prodotti dalla task force messa in atto dal Ministero della Salute contenenti alcune proposte (ancora in fase di definizione, come specificato dal ministero stesso) che verranno poste all’attenzione della Conferenza Stato-Regioni circa la riorganizzazione dei Pronto soccorso. In particolare, due sono i percorsi che sono stati tracciati: il Triage e l’Osservazione Breve Intensiva.

Pronto soccorso, ecco le proposte di riforma del ministero della Salute

Dal documento emerge come il triage necessiti di una rimodulazione alla luce di due sostanziali motivazioni: da una parte l’assenza di un modello uniforme e condiviso su tutto il territorio nazionale ha indotto i professionisti a riflettere circa la necessità di stesura di un modello di riferimento, dall’altra la presenza di un progressivo sviluppo di sperimentazioni avanzate (fast-track e see and treat ha fatto emergere l’esigenza di individuare strumenti regolatori condivisi che garantiscano l’erogazione di una risposta assistenziale corretta ed appropriata.
Alla luce di queste due problematiche, il gruppo di lavoro ha proposto un nuovo sistema di triage che sia in grado di garantire uniformità su tutto il territorio nazionale, orientandosi ai nuovi problemi di salute della popolazione e che sia in linea con le evidenze scientifiche più recenti.
Questo nuovo sistema prevede che il la codifica si differenzi ulteriormente dagli attuali quattro codici (bianco, verde, giallo e rosso), introducendone un quinto.
Inoltre, la proposta prevede il passaggio dalla codifica di colore a quella numerica, assegnando dunque ai pazienti un numero che ne stabilisca la priorità di visita. Infine, anche i tempi massimi di presa in carico vengono normati nel dettaglio per ogni codice.
Nuova codifica di priorità e tempi massimi di attesa
CodiceDenominazioneDefinizioneTempo massimo di attesa
1EmergenzaInterruzione o compromissione
di una o più funzioni vitali
Ingresso immediato
2UrgenzaRischio di compromissione delle funzioni vitali
Condizione stabile con rischio
evolutivo o dolore severo
15 minuti
3Urgenza differibileCondizione stabile senza rischio evolutivo
con sofferenza e ricaduta sullo stato generale che
solitamente richiede prestazioni complesse
60 minuti
4Urgenza minoreCondizione stabile senza rischio evolutivo
che solitamente richiede prestazioni diagnostico terapeutiche
semplici mono-specialistiche
120 minuti
5Non urgenzaProblema non urgente o di minima rilevanza clinica240 minuti
La proposta ministeriale, oltre ai tempi previsti per la presa in carico del paziente, ha introdotto anche una linea di indirizzo circa il procedimento di rivalutazione del paziente durante l’attesa, attività che rimane sempre sotto responsabilità del triagista. In questo, la proposta è la seguente.
Modalità e tempi di rivalutazione
CodiceDenominazioneTempo massimo di attesaModalità di rivalutazione
1EmergenzaIngresso immediato, nessuna rivalutazione
2Urgenza15 minutiOsservazione diretta o video mediata
con monitoraggio costante delle condizioni
3Urgenza differibile60 minutiRipetizione di parte o tutte le fasi di valutazione:
- Su giudizio dell’infermiere di triage
- A richiesta del paziente
- Una volta trascorso il tempo di attesa massimo raccomandato
4Urgenza minore120 minuti
5Non urgenza240 minuti

Tempi di attesa in Pronto soccorso

In riferimento all’attesa del paziente, la proposta ministeriale contiene alcune indicazioni di massima per il confort del paziente durante questo delicato periodo, con l’autorizzazione alla frequentazione di questi spazi da parte di personale laico volontario appositamente formato il quale avrà il compito di rispondere tempestivamente ai bisogni di informazione e di accudimento del paziente e degli accompagnatori, fornendo se necessario indicazioni e raccogliendone le segnalazioni.
La proposta prosegue successivamente ponendo l’attenzione sulla necessità che sia dedicata particolare attenzione all’informazione dell’utente durante l’attesa (mediante anche brochure, videoterminali, cartellonistica) e sensibilizza i professionisti sanitari circa la precoce individuazione e presa in cura di fenomeni particolari quali maltrattamenti su minori, donne, anziani e disturbi acuti del comportamento nell’adulto e nel minore.
Oltre a ciò stabilisce gli ambiti formativi del corso teorico (16 ore) per essere abilitati alla funzione di triagista e definisce il periodo di affiancamento (36 ore) necessario per ricevere tale abilitazione, ponendo inoltre in evidenza la necessità che la formazione non si esaurisca col corso abilitativo, ma sia erogata in modo permanente al fine di mantenere costante l’aggiornamento del triagista.
Oltre alle tempistiche di presa in carico dopo il triage, la proposta del Ministero prevede delle tempistiche molto strette circa il tempo di permanenza del paziente presso il Pronto soccorso.
Tempi da rilevare
T0Presa in carico al triage
T1Inizio del percorso diagnostico-assistenziale 
fast track/see and treat/triage avanzato)
T2Inizio della prestazione medica
T3Esito della prestazione di pronto soccorso
T4Inizio dell’Osservazione Breve Intensiva
T5Termine dell’Osservazione Breve Intensiva

L’Osservazione Breve Intensiva

Il secondo documento ministeriale affronta l’organizzazione dell’attività dell’Osservazione Breve Intensiva (OBI), ovvero quella modalità di gestione delle emergenze-urgenze per pazienti con problemi clinici acuti ad alto grado di criticità, ma a basso rischio evolutivo, oppure a bassa criticità ma con potenziale rischio evolutivo, aventi un’elevata probabilità di reversibilità, con necessità di un iter diagnostico e terapeutico non differibile e/o non gestibile in altri contesti assistenziali.
Ecco dunque che le funzioni dell’OBI si realizzano in:
  • Osservazione clinica
  • Terapia a breve termine di patologie a complessità moderata
  • Possibilità di approfondimento diagnostico-terapeutico finalizzato al ricovero appropriato o alla dimissione

Dotazioni standard di postazioni, tecnologie e personale

La proposta normativa entra successivamente nel dettaglio di quelle che dovranno essere le dotazioni standard di postazioni, tecnologie e personale.
Con particolare riferimento a quest’ultima dotazione, la proposta di composizione organica dell’OBI, in correlazione alle sue postazioni, è riassunta come segue.
Dotazione organica OBI
Fino a 4 postazioniDa 5 a 8 postazioniDa 9 a 15 postazioni
Medico1 unità (in condivisione col Ps)1 unità dedicata per lameno 8 ore diurne non continuative (in condivisione nelle restanti ore)1 unità dedicata nelle 12 ore diurne non continuative (in condivisione nelle ore notturne)
Infermiere1 unità (in condivisione col Ps)1 unità h242 unità h24
OSS1 unità nelle 12 ore diurne (in condivisione col Ps nelle ore notturne)1 unità nelle 12 ore diurne (in condivisione col Ps nelle ore notturne)1 unità h24

Ricovero e il limite delle 8 ore

In riferimento ai tempi di permanenza in Pronto soccorso, la proposta normativa ministeriale prevede qui una specificazione sostanziale in quanto si stabilisce che il tempo di permanenza in Pronto soccorso di un paziente destinato al ricovero non deve superare le 8 ore dal momento della presa in carico in Triage.
Questo limite è stato giustificato per evitare che l’eccessiva permanenza in Pronto soccorso dei pazienti in attesa di ricovero determini ricadute negative sull’organizzazione e l’aumento del rischio clinico.
In questo caso, la proposta ministeriale è perentoria: In caso di superamento di tale limite, il medico di Pronto soccorso provvederà ad effettuare il ricovero a carico dell’unità operativa di destinazione che, da quel momento, assume la completa responsabilità gestionale del paziente.
Dunque, il paziente viene ricoverato in reparto senza che vi sia la necessità di verificare la presenza del posto letto. A questo punto, un escamotage potrebbe essere quello di mettere il paziente in OBI in attesa che il reparto liberi il posto letto e sia pronto ad accoglierlo: negativo, la proposta ministeriale vieta questa pratica in quanto, tra i criteri di non immissione in OBI, è presente la “carenza di posti letto in altre unità operative, in attesa di ricovero del paziente”.